racconti brevi, medi, lunghi e qualcos'altro
Riccardo era morto nel suo letto, c’era la certezza di questo, infatti quando si presentò allo sportello era in pigiama.
In aeroporto ce n’erano molti in pigiama, alcuni erano in mutande (erano quelli morti nel loro letto durante l’estate, probabilmente), ma lui no, era deceduto in febbraio, quindi era in coda solo da qualche minuto. Passarono alcune ore prima che vedesse qualcuno a cui consegnare la valigetta leggerissima che portava con sé. Quando fu il suo turno l’addetto gli chiese
“Dov’è diretto?”
“E che ne so? Mica sono morto altre volte… Dovete dirmi voi come funziona”
“Cominciamo: Motivo della morte?”
“Ah, questo l’ho sentito, infarto durante il sonno, così hanno detto quelli intorno a me”
“Apra la valigia, che controlliamo” fu l’unica istruzione. Ora era chiaro: quel bagaglio conteneva il suo curriculum vitae, in base al quale stabilivano la destinazione. Solo in quel momento si accorse che la valigia aveva una combinazione e lui non ne sapeva il codice. Cominciò a disperarsi, diede una rapida occhiata alla fila dietro di lui, anche se nessuno gli metteva fretta, poi torno a guardare verso l’addetto e scosse la testa un paio di volte
“Non posso aprirla, signore”
“Ma come? Ha ritirato il ticket al totem fuori dall’accettazione, no?”
“Ma nessuno mi ha detto che prima di entrare c’era un totem”
“Va bene, ora cerchiamo di risolvere, mi dica nome, altezza, peso e luogo del decesso”
“Riccardo, un metro e sessantasei, settanta chili, deceduto a Roma”
“Mmhm no, qui non risulta nulla, ma lei è sicuro di essere davvero morto?”
“Seee, ma le pare che avrei fatto ‘sta fila se no? – cominciava a stancarsi – vorrei capire almeno come uscire da quest’aeroporto, per andare a prendere il biglietto”
La risposta gentile fu “Prosegua lungo questo corridoio fino a che non vedrà il sole rosso a destra. Uscirà nel tramonto ad ovest, poi dovrà muoversi all’ala est e prima di entrare passi dal totem. Nel frattempo io la considero in STANDBY”.
Eseguì alla lettera le indicazioni dell’uomo ed alla fine uscì al sole. Gli sembrò strano, ma fu costretto ad aprire gli occhi per camminare dritto, la valigia cominciò a pesargli ed il braccio sinistro gli faceva male. Era di nuovo nella sua stanza, gli arrivavano le voci dei suoi familiari affranti, ma erano dietro una porta chiusa. Agì sulla maniglia e cercò di aprirla. No, era chiusa a chiave dall’esterno. Allora batté pesantemente i palmi sugli stipiti
“Apritela ‘sta diamine di porta, ma… perché mi avete chiuso dentro?”
Un improvviso silenzio e qualche passo che si avvicinava, poi lo scrocco della serratura e un occhio che spiava all’interno. Ma perché avevano riaperto? Non avrebbero dovuto sentirlo, in teoria. Un sussulto fece trasalire tutti, lui compreso.
“Ma… ma… IL LETTO E’ VUOTO!”
“E certo, io sono qui - osò rispondere, quasi certo che nessuno avrebbe udito la sua voce – Ma devo rientrare in aeroporto per prendere il ticket”
La moglie riconobbe la voce dell’uomo “Caro, ma allora sei tu? Oh cielo, non è possibile!” Spalancandogli la porta sul viso e quasi spaccandogli lo zigomo sinistro.
Sembravano tutti felici di rivederlo in vita, avevano ancora gli occhi umidi ma avevano smesso di disperarsi. Lo abbracciavano tutti ma lui continuava a ripetere di dover prendere il famoso ticket.
“Di che biglietto parli, Ric? Hai preso una gran botta, lo capisco, ma non alla testa…”
“Quello col codice per aprire la valigia – ed indicò la sedia dove l’aveva poggiata poc’anzi – per leggere il curriculum…”
“Ma è la tua ventiquattrore, Ric – disse la moglie – non ha mai avuto una serratura col codice, si apre pure con lo sguardo, toh” e andò ad aprirla nel frattempo. All’interno c’era solo un biglietto che diceva: STANDBY.
[Bri]
Settembre 2026 ---------------------
Suonò tre volte al citofono, i patti erano quelli, il cancelletto si aprì immediatamente e la voce femminile disse “Primo piano, interno quattro, prego”. Superò il portone ed imboccò le scale guardando a terra, un po’ circospetto. Arrivò davanti alla porta, respirò profondamente e si riavviò i capelli biondastri, cercando di sfoderare il suo miglior sorriso. Non ebbe bisogno di avvisare che era lì, la porta era accostata, lui la spinse senza far rumore, volgendo un lungo sguardo all’interno prima di muovere il piede. Non conosceva la casa, quindi esitava un po’. Si rese conto che dalla camera in fondo al corridoio veniva una buona musica jazz, e si diresse verso chi sicuramente lo aspettava ansiosa. Chiuse la porta con cura dietro di sé, anche questo faceva parte dei patti: doveva essere un incontro riservato, ovviamente.
La trovò distesa su un letto rotondo con le lenzuola di seta color panna, che davano l’impressione di essere state stirate di fresco, e il neglige trasparente rosso con piccoli inserti nero e oro, indossato da lei, rendeva la scena molto accattivante. Era davvero bellissima.
All’inizio nessuno dei due disse nulla, c’era un leggero profumo di gelsomino diffuso dappertutto e la musica sembrava riempire anche quel vuoto di parole. Si sorrisero con delicatezza per salutarsi.
Mosse qualche passo verso il letto con un’aria vagamente spaesata, anche se era abituato a quella situazione (non era certo il suo primo incontro) forse avrebbe voluto chiedere qualcosa. Lei, anticipando le domande di un soffio, allungò la mano al comodino vicino, prendendo una busta quadrata piuttosto gonfia e la sventolò davanti al proprio viso, poi la appoggiò sul cuscino affianco. Lui decise che si sarebbe fidato, contarli subito sarebbe stato così volgare, in fondo sapeva di avere davanti una vera signora…
Fece per togliersi la giacca ma ci ripensò ed indugiò a guardarla ancora un po’. Ad un certo punto aprì la bocca e in un sussurro le chiese “Perché?”
La donna non rispose subito, ma distolse lo sguardo, piegò il viso di lato e fece uscire un grosso sospiro, quasi subito dopo implorò “Ti prego… andiamo avanti, non voglio aspettare più…”, tolse il grosso anello prezioso e gli orecchini d’oro e appoggiò tutto sul comodino, sdraiandosi meglio, per cercare una maggiore comodità.
Lui nel frattempo si era avvicinato, si era tolto la giacca e l’aveva appoggiata ben stesa sul servetto accanto al letto.
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Il giorno dopo i giornali riportavano la notizia
UCCISA UNA DONNA IN CASA SUA CON UN COLPO DI PISTOLA, SI FANNO DIVERSE IPOTESI.
ESCLUSA LA RAPINA. RITROVATI GIOIELLI ED UNA BUSTA NELLA STESSA STANZA CON TRENTAMILA EURO IN CONTANTI.
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Settembre 2026 ---------------------
Era la prima volta che faceva la comparsa. Un suo amico gli aveva segnalato che negli studi cinematografici lì vicino stavano girando un film ed avevano bisogno di alcune decine di partecipanti. Si presentò convinto che lo avrebbero preso, era una vita che gli dicevano che aveva un aspetto piacevole, e fu davvero così. Doveva sedersi ad un tavolino di un bar e conversare con qualcun altro. Trovò la situazione piuttosto stuzzicante, nuova perlomeno. Gli indicarono un tavolino laterale e gli dissero solo di non girarsi mai verso la scena degli attori principali che parlavano a poche decine di centimetri da lui, era assolutamente vietato guardare in camera. Era seduto di fronte ad una bella ragazza mora con degli occhi che subito gli sembrarono particolari, viravano sul violetto, ma a volte si facevano grigi o azzurri. Era molto seria e appariva tutta compresa nel ruolo. Nel sedersi, salutò gentilmente con un “Buonasera, io sono Lucio” e sorrise brevemente. Lei non lo degnò nemmeno di uno sguardo, a bassa voce disse solo “E’ vietato parlare”. Chiaro che il brusìo di fondo non avrebbe dovuto disturbare la scena centrale, ma qualche parola poteva essere scambiata, o almeno così immaginò. Quindi continuò a guardare la ragazza aspettando che si presentasse. Lei non lo fece, forse non era la sua prima volta, infatti sembrava saperne più di lui. Lucio ne approfittò per chiedere “Ma se non possiamo parlare cosa dobbiamo fare?” La risposta appena sussurrata fu “Fai finta di parlare ma senza voce, il rumore lo aggiungeranno dopo”. Lui chiese “Cioè? Muovo le labbra a caso?” e lei “Puoi dire -percarbonato- tutte le volte che vuoi, ma senza voce”. Si esercitò un po’, ma al segnale di “Silenzio, AZIONE, CIAK” gli venne più normale raccontare qualcosa del suo passato, come se si trovasse a chiacchierare con una sua buona amica. La persona di fronte chinava di lato la testa di tanto in tanto ed aggiungeva solo frasi afone, che lui purtroppo non riuscì mai a capire. Raccontò che aveva appena avuto un piccolo incidente con lo scooter, le fece vedere anche la sbucciatura del gomito sinistro, mimò il grande spavento, spiegò che quando qualcuno, accorso sul luogo, avrebbe anche voluto fargli togliere il casco lui l’aveva prontamente bloccato, per evitare altri danni. La ragazza si limitava ad annuire, a far finta di completare le frasi del racconto con piccoli commenti compiacenti, accompagnati da lievi sorrisi.
La prima scena dei protagonisti era finita, e nella pausa Lucio le disse a bassa voce che stava bene con lei, che apprezzava la sua semplicità, e che gli era piaciuto, anche se i minuti insieme erano stati pochi e… stava per aggiungere che gli piaceva anche lei, il suo profumo, il modo di muoversi, quando notò che il viso di lei era diventato improvvisamente triste, spento.
Si avvicinarono due addetti della scena e uno dei due disse “Eccallà: la batteria!”
Lui si scosse, interrogativo, e volse lo sguardo ai due. Il suo collega replicò "Eh! Sì, dev’essere proprio la batteria, guarda com’è sciupata… grigia, improvvisamente!” e senza alcuno scrupolo rovesciò la ragazza sul tavolo alzandole la maglietta dietro fino alle scapole. Armeggiò col cacciavite ed aprì uno sportello sulle spalle, mentre lui guardava allibito, e dopo aver estratto un cubetto d’acciaio, ne inserì uno nuovo nel giusto verso, ma sentenziò che non sarebbe stato facile; chiedeva tempo, avvisò il regista con una mano “Solo pochi minuti, dotto’!” ed acchiappò la ragazza per la vita. Lucio seguì le operazioni sgomento, guardò il suo viso, completamente appoggiato sulla spalla del tecnico, ne incrociò lo sguardo e vide le sue labbra muoversi appena; per la prima volta capì “Percarbonato!”.
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Settembre 2026 ---------------------
Erano particolari, li chiamavamo Stompers, quando ci riferivamo a loro. Ognuno di loro aveva un suo nome, ovvio, ma noi ce lo ricordavamo spesso in ritardo, insomma poi come categoria preferivamo quel nomignolo solo per la loro abitudine di battere a terra il piede destro prima di cominciare qualunque loro compito, come se qualcuno avesse detto “PASSO!”. Per il resto erano gentili, sempre disponibili, competenti, accurati, sapevano fare praticamente tutto, ristrutturazione, riparazione di elettrodomestici, montaggio di mobili, poi alcuni di loro cucinavano, o addirittura qualcuno sapeva cucire vestiti, si prodigavano in opere idrauliche ed elettriche come se avessero fatto quello in tutta la loro vita, anche quando erano piuttosto giovani. Molti sapevano trattare con bambini ed anziani. Le nostre famiglie ne avevano uno che fungeva da autista, da colf, da badante o insegnante di sostegno. Avevano tutti piccoli tatuaggi sulle mani, più che altro degli scarabocchi incomprensibili, e per questo tutti, ma davvero tutti indossavano guanti, a volte eleganti, bianchi, oppure da lavoro, ma era raro vedere le loro mani; al di là di questo sembravano non avere nulla di sbagliato, parlavano bene la nostra lingua, erano sempre pronti ad aiutarci, ed in cambio non chiedevano praticamente nulla. Noi ci eravamo abituati a corrispondere loro piccole somme, soprattutto per non sentirci troppo in obbligo, frequentemente venivano invitati a pranzo o a cena ed anche in quel caso indossavano sempre un paio di guanti candidi, che venivano estratti da una busta sigillata soltanto pochi istanti prima di sedersi al tavolo. Ed anche prima di cominciare a mangiare sentivamo sotto al tavolo quel loro stomp del piede destro, come se quello fosse un segnale di buon appetito. Naturalmente avevano fatto loro la spesa ed avevano anche cucinato.
Piano piano avevamo dimenticato come si facevano le cose, chiedevamo tutto agli Stompers, per noi era estremamente facile, dal caffè alla lasagna, dal rifare il letto alla pulizia del terrazzo, ma anche pettinarsi la mattina o mettere su l’acqua della pasta, o addirittura mettersi un cappello e guardarsi allo specchio: era più semplice avere a disposizione uno che te lo aggiustasse in testa ed annuisse compiaciuto, con la delicatezza di una sorella, ma con la competenza di una modista. La nostra vita scorreva mollemente, senza difficoltà, senza bisogno di andare a lavorare: ci pensavano loro a fare i nostri lavori, tanto poi le aziende lo stipendio ce lo inviavano direttamente sul conto.
Non c’era più necessità di portare i bambini a scuola e di andarli a riprendere. Molti di noi impegnavano gli Stompers per l’interno giorno o per un periodo più lungo, senza nemmeno dover pagare le ore prese in prestito dalla loro vita, bastava chiedere e loro con un sorriso pronto avevano un nuovo paio di guanti per noi e stomp, cominciavano la loro opera, di qualsiasi servizio avessimo bisogno. Era in effetti quella la loro "mission": aiutare chi fosse in difficoltà in quel momento.
Forse qualche ora prima che succedesse ci eravamo chiesti quando si sarebbero stancati, ma quando davvero cominciarono a sottrarsi ai compiti le nostre città sembravano più silenziose, non si sentivano più quei passi destri che cadenzavano i nostri “ordini”, solo comminati in forma di richiesta gentile. Improvvisamente poi non si sentiva più nulla, le fabbriche si fermarono, anche le auto ed anche le mense.
Ad aggravare il tutto c’era il fatto che questa situazione era durata moltissimi mesi ed ognuno di noi era assolutamente inerme, incapace di fare alcunché, avevamo fame, ma bisognava sopportarla. Gli Stompers sparirono improvvisamente, e qualcuno si chiedeva se fossero mai esistiti davvero. Dovemmo reimparare a lavorare, a produrre oggetti, a prenderci cura di noi stessi e ci furono lunghe settimane in cui eravamo tutti nel panico più assoluto. Ci guardavamo negli occhi e subito controllavamo le mani di chi avevamo di fronte, cercando disperatamente qualcuno con quei guanti a cui eravamo abituati. Sembrava perfino difficile respirare senza la sicurezza di aver vicino uno Stomper, ma quando poi ricominciammo a fare la nostra vita di prima, quella di cui lamentavamo la pesantezza, la difficoltà, lo stress o la velocità vorticosa, ne fummo risollevati. Imparammo la lezione? Bah! Forse no, ma quando vediamo qualcuno che indossi dei guanti di qualsiasi genere, non lo facciamo neanche avvicinare, soprattutto se fa il cenno di volerci aiutare. Non so se sia giusto o no, ma questo è quello che succede; ora il sospetto si è impadronito di noi e vogliamo fare tutto da soli.
[Bri]
Settembre 2026 ---------------------
Quando Laura aprì la porta sentì una folata di gelo che la avvolse immediatamente. Con un brivido diede una voce al marito, che era fisso, in una posizione strana, e che ancora non si era accorto della sua presenza – Non hai acceso ancora il camino? Non è troppo freddo qui dentro?
L’uomo si mosse appena, la tv lo assorbiva, sembrava imbambolato, si meravigliò un po’
– Già qui? Non ti aspettavo così presto. Non hai cenato, vero tesoro? Ti preparo qualcosa? Sarai stanca…
– La riunione è finita prima e son riuscita a partire. No grazie, sono solo distrutta dal viaggio. Se non ti dispiace me ne andrò subito a letto. Tu vieni?
– Sì, dammi pochi minuti, la partita sta per finire – e si girò con un vago sorriso.
La gatta, svegliata dalle voci, era scesa dalla sua poltrona e stava facendo le fusa strusciandosi intorno alle caviglie della donna. Emetteva anche brevi miagolii che erano un vero imperativo
– Ma nessuno ha riempito la tua ciotola? – scuotendo la testa guardò verso il contenitore vuoto – In questa casa si rischia di morire di freddo e di fame, a quanto pare. Meno male che sono arrivata in tempo, Topolina – muovendosi verso lo sportello della credenza che conteneva i croccantini. Una bella manciata cadde nel contenitore: fu apprezzata e sgranocchiata in un attimo.
Laura entrò in camera da letto ed il marito non sentì alcun rumore, o forse non se ne accorse perché la partita era avvincente.
Dopo pochi minuti Bruno decise di andare a riposarsi, si stiracchiò brevemente e poi sparì anch’egli dietro la porta, e non prestò attenzione alla testolina piegata da una parte della gatta che sembrava chiedere – Ed io?
Al risveglio, il mattino dopo, Bruno si ritrovò da solo, il letto era sfatto solo dalla sua parte. Con un balzo si sollevò ed entrò nella camera in cui la gatta, già sveglia da parecchio, lo osservava col suo solito modo interrogativo.
Sul tavolo c’era il cellulare che avvisava di un messaggio non letto.
“Scusa amore. Sono bloccata in autostrada, ci sono i lavori notturni. Il cellulare sta per spegnersi. Non mi aspettare alzato, non so a che ora sarò a casa, la riunione è finita tardi”
Non fece a tempo a finire, che uno squillo lo distolse. Lesse sul telefono il nome della moglie e rispose con un leggero sollievo – Santo cielo, cara, dove sei?
Dall’altra parte una voce maschile, immersa in rumori di traffico, s’informava sulla sua identità, parlava di incidente, diceva parole che lui interpretava a fatica, sentiva solo a tratti, forse la linea, sperava di non aver capito bene e continuava solo ad insistere
- Dov’è mia moglie? Che ne è stato di lei? Dove avete trovato il telefono? Mi fate parlare con lei, dov’è Laura?
La telefonata s’interruppe bruscamente e lui piombò nel panico. Richiamò subito ma una voce del gestore avvisava del cliente ormai irraggiungibile. Cominciò a farsi domande, a piangere, a disperarsi, a chiamarla come se lei potesse sentirlo… poi digrignando i denti si fermò, qualcuno lo chiamava e lo toccava sulla spalla.
– Ehi Bruno, sono qui, eccomi, sono qui, che c’è? Brutto sogno, vero? – era Laura che lo stava svegliando e portava via tutta la disperazione con un sorriso.
L’uomo era seduto al tavolo, con la Tv ancora accesa, con qualcuno che raccontava di scontri di piazza e di arresti.
– Ma tu… un incidente? – la sua bocca era impastata – Mi ha chiamato poco fa un tizio dal tuo telefono. Mi aveva detto che… oh cielo… ma quindi non è vero? Tutto un brutto sogno, dunque – procedeva per frasi smozzicate, anche se si tranquillizzava man mano – Tutto un brutto… sì, bene. Ma il tuo telefono? Spento?
– Credo di sì, avevo appena scritto il messaggio per te e mi è fuggito dalle mani. Sono pure scesa, tanto eravamo fermi; l’ho cercato dentro la macchina e sulla strada, niente! Sarà sicuramente finito sotto la vettura affianco e sarà stato schiacciato poi dalle ruote di qualche camion. Ma ora, caro non ci pensiamo, facciamo colazione? – fece qualche passo verso l’altra stanza ed incontrò la gatta che le si insinuava fra le caviglie facendo le fusa e miagolando – Ma nessuno ha riempito la tua ciotola? – si accorse del contenitore vuoto – In questa casa si rischia di morire di fame, a quanto pare. Meno male che sono arrivata io, Topolina – andò allo sportello della credenza con dentro le buste dei croccantini. Una generosa manciata, che fu particolarmente apprezzata e finì in un attimo.
Bruno sentì le parole della moglie e cercava di ricordare, era come se le avesse già ascoltate. Ci rinunciò subito e si diresse in bagno a lavarsi, già pregustando un’abbondante colazione.
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Agosto 2026 ---------------------
Tommaso stava facendo davvero tardi, era arrivato trafelato alla stazione, correva a più non posso verso il binario 2, dove ogni mattina c’era il treno che lo avrebbe condotto al lavoro. Ma stamane la stazione aveva qualcosa di strano, non c’erano binari, e non c’erano treni ovviamente, in realtà era un capannone con dentro solo mucchi di fieno e scatoloni; non l’aveva mai vista così; eppure prendeva quel treno da almeno cinque anni.
Si girò intorno, meravigliato ma al contempo preoccupato – Cos’è successo alla stazione? – aveva pronunciato tra sé. C’era un altro uomo a poca distanza, sembrava leggermente sudato come se avesse corso anche lui, e i due si guardavano gesticolando come davanti ad uno specchio.
Da dietro una pila di scatoloni uscì un terzo signore, con una livrea rossa e nera che, nel tentativo di tranquillizzarli fece salire ancora di più la rabbia in entrambi – Buongiorno. Immagino stiate cercando i vostri treni, eh sì li abbiamo spostati, da oggi si parte da Contrada Le Piane – Indicando col braccio teso alla sua destra
Tommaso, imbufalito, corse via subito senza aspettare altre spiegazioni, e sparì in direzione della nuova locazione, mentre l’altro, che evidentemente aveva qualche minuto a disposizione, chiedeva ancora – Ma come spostati? Senza dire niente in anticipo? Ma poi perché spostarli? Stavano tanto bene qui, visto che questa – alzando un po’ la voce – si chiama Contrada STAZIONE! – con l’aria compiaciuta di uno che sta dicendo una grande verità.
Il signore in livrea rispose mentre tornava dietro il suo mucchio di scatoloni – Ma certo che l’abbiamo detto, dovrebbe essere uscita la notizia sul giornale di ieri… O forse no, è che… l’abbiamo deciso ieri pomeriggio, ecco, abbiamo fatto il possibile – ma quest’ultima frase raggiunse solo lontanamente lo sconsolato ascoltatore, che se ne stava andando anche lui verso Le Piane.
Arrivò in quel momento un uomo distinto, che chiamava, guardando dietro alle balle di fieno “SIMONE??” senza alcuna risposta. Giunse vicino ad un telefono a parete, staccò la cornetta e se ne servì. Urlò semplicemente – Ma che diamine state combinando? Siete impazziti forse? Chi ha organizzato tutto questo pasticcio? Dov’è finito Simone?
Vagamente giustificativa la voce dall’altra parte del filo – Simone ha chiesto un giorno di permesso oggi, abbiamo dovuto sostituirlo in fretta, mi spiace…
Il tuono non si fece attendere – E lo avete sostituito proprio con quel novizio? Irresponsabili! Affidare la plancia di controllo all’ultimo arrivato!
Un’onda gravitazionale, una sorta di arricciatura laterale della scena, attraversò la mattina fredda.
In pochi attimi tutto tornò come prima, i binari, un paio di treni, le colonne, i passeggeri che salivano e scendevano, che affollavano le sale di attesa, i macchinisti fieri della propria divisa che aspettavano il fischio del collega per partire.
Adesso – muovendo due dita nell’aria – riportiamo gli orologi indietro di un’ora – disse il direttore – … e soprattutto qualcuno vada a convincere i due che staranno aspettando a Contrada Le Piane che hanno capito male.
[Bri]
Marzo 2026 ---------------------
Livio era seduto in silenzio, leggermente accigliato, mentre la sorella apriva cassetti uno dopo l’altro, cercando dovunque con cura, alzando carte e libri, sempre più preoccupata.
Nulla, neanche un mozzicone di colore blu, anche se aveva cercato in tutta la stanza.
Alzando gli occhi al cielo Sveva sbottò in una frase risolutiva – Ma usare un altro colore, no? – avvicinandogli tutta la scatola dei pastelli – Ecco, ci sono tutti, solo il blu è finito.
Il piccolo non aprì bocca all’inizio ma decise di usare il verde chiaro, sì infatti, rimuginava, certe volte il mare è verde… ma mentre si agitava con generosi gesti sul foglio ormai completamente verde gli venne da chiedere
– Ma perché è sparito proprio il colore che volevo usare io? – girando la sua faccia furbetta verso quella che era la fonte di sapienza più vicina.
Sveva rifletté brevemente poi sorrise e inventò una spiegazione surreale, che a lui però sembrò geniale
– È che troppe persone nel mondo hanno deciso di usare il colore che volevi usare tu, quindi per oggi non si trovano più pastelli blu… Ecco bisogna aspettare che arrivi mezzanotte, così i colori vengono ricaricati e sicuramente domani troverai un colore blu nuovo di zecca.
Sembrava convinto per quel momento e disegnò pesci di tantissimi colori. Poi tornò a chiedere – E se durante la notte i bambini che non dormono decidono di esaurire il blu della giornata?
La pazienza le sussurrò di calmare l’ansia del fratello – Ma infatti i bambini usano tanti colori, perché se usassero solo il blu poi si addormenterebbero: non lo sapevi? Il blu ti fa dormire, di colpo zac, ti prende e ti spinge a letto.
Sveva era divertita al pensiero che Livio avesse preso per buona la sua ipotesi bizzarra, ma la consapevolezza di essere un faro per lui le dava una sottile soddisfazione anche alla sua tenera età. Dopo pochi minuti il piccolo, stanco per la giornata intensa, crollò bocconi sul lettino.
La mattina dopo nelle pieghe delle coperte, la mamma trovò due pastelli blu, di nuances diverse. Lesse a voce alta “BLU OCEAN” e “BLU COBALTO” e con cura li rimise al loro posto.
Al ritorno da scuola Livio andò subito a prendere la scatola dei colori e con un album di fogli nuovi sotto al braccio, si sedette al suo tavolino giallo. Solo lì si ricordò del dramma della sera prima, del colore finito ed alzò il coperchio con un solo timore. Ma il suo sorriso subito si allargò
– Belloo – fissando le matite colorate fra il violetto ed il nero – SVEVA corri a vedere! – verso la sorella – Oggi hanno ricaricato un blu doppio! Evvaiii! – alzando il braccio in segno di vittoria.
[Bri]
Gennaio 2026 ---------------------
“Buonasera, sono Giorgia, posso esserti utile?”
“…”
“C’è qualcuno al telefono?”
“…”
“Ok, hai tutto i tempo che vuoi, la comunicazione verrà interrotta solo se non parlerà nessuno nei prossimi dieci minuti…”
Dall’altra parte una voce flebile, appena udibile: “Ho perso… il controllo della macchina, devo aver preso un albero… ma da qui non vedo molto, anzi non so nemmeno dove mi trovo in realtà”
“Ti sto rintracciando… solo un momento, ah ecco: sei sulla Strada Provinciale 491, Provincia di Teramo, nel comune di Castel Castagna, località Castagna Vecchia. Ora dimmi: come ti senti? Sei ferito?”
“Sì, penso di essere ferito, ma sono scivolato sotto al volante, ho la cintura ancora allacciata e non riesco a muovermi, non vedo nulla, non riesco a vedere luci qui intorno”
“Ok, adesso ti spiego come sganciare la cintura: segui verso l’alto il nastro con la tua mano destra… Puoi muovere la tua mano destra, vero?”
“Sì, lo sto facendo”
“Bene, dovresti trovare un pulsante laterale sul montante dell’auto, prova a premerlo due volte”
“Sì, ecco, l’ho fatto… ah, mi sono liberato, grazie Giorgia” la voce era un po’ sollevata.
“Io nel frattempo ti ho chiamato l’ambulanza, partirà da Montorio al Vomano, ci vorranno almeno 20 minuti, ce la fai, vero?”
“Eh, se non ho alternative, devo farcela per forza, anche se mi sento sempre più debole, spero di reggere”
“Probabile che tu stia perdendo sangue, verifica se senti del bagnato lì intorno…”
“Sì, ma nel buio non distinguo se è sangue o altro”
“Dove sei ferito? Puoi sentirlo? Hai qualche strappo nei vestiti?”
“Credo di aver preso una botta alla clavicola sinistra, mi sento indolenzito, e poi… qui sul collo… - mentre con la mano destra sfiora la parte sinistra del collo - Oh mamma, qui ho proprio un bel taglio… Ecco, mmh qui esce parecchio sangue, come faccio a fermarlo? Aiutamiii, ti prego”
“Riesci ad usare un fazzoletto di stoffa, un panno, qualcosa del genere? Vedrai che se tamponi il taglio con qualcosa e premi a fondo, il sangue si ferma”
“Sì, ecco ho il fazzoletto in tasca, dovrei riuscire a tirarlo fuori, sì! – si sente qualche gemito per lo sforzo, poi finalmente “Sì, ora provo a… fermare il sangue…”
“Su, vedrai che presto arriverà qualcuno, non perderti d’animo, ti salveranno a breve… Intanto dimmi qualcos’altro: chi ti aspetta a casa? Hai una famiglia… dei bambini, forse?”
“No, non mi sta aspettando nessuno, andavo a trovare i miei genitori, appunto, ora che mi ricordo, abitano a Contrada Faeta… non è nemmeno tanto distante da qui”
Si sente una sirena avvicinarsi ed una luce blu lampeggiante invade la piazzola di terra su cui la macchina è piombata nell’uscire di strada.
“Bene, da quello che si sente da qui dovrebbero essere lì i sanitari, adesso ti lascio nelle loro mani. Sii fiducioso, sanno quello che fanno! Ciao… Ripetimi il tuo nome, non l’ho registrato…”
“Lorenzo. Mi chiamo Lorenzo eeeh sì, l’ambulanza è qui – e si sente lo sportello della Yaris che viene aperto dall’esterno dal primo soccorritore – Giorgia, aspetta un attimo solo, sei stata davvero preziosa, possiamo vederci, nei prossimi giorni… quando puoi e quando vuoi…?”
“No, è che non possiamo proprio vederci…”
“Sei già impegnata? Io non intendevo per forza arrivare a chissà cosa, volevo solo… sì, solo vederti e ringraziarti… - mentre fa cenno veloce di aspettare un momento ai sanitari – Perché non possiamo, secondo te?”
“No, proprio non è possibile io sono Giorgia, e sono un’intelligenza artificiale! Ciao.”
“…”
[Bri]
Gennaio 2026 ---------------------
Girava tutto nel modo giusto con Ludovico fino a quel punto, poi improvvisamente un fulmine o non so cosa, era comparsa quella. Non ricordo il suo nome ma si era ripresentata verso le sette in una fredda serata di febbraio; dopo alcune chiacchiere, due o tre smancerie, qualche parola carina, era riuscita persino a farsi invitare a cena. Che brutta persona, lei sapeva che avrei ceduto e me ne sarei andata a letto lasciandoli soli, lei sapeva che avrei abbassato subito la testa, che non avrei mostrato la gelosia di cui ero piena, mi conosceva già.
Avete diritto ad una spiegazione, almeno per capire: ci eravamo già incontrate noi due, sì ammetto, quella volta precedente ero stata molto collaborativa, avevo anche seguito i suoi consigli, ma solo perché lei non aveva manifestato intenzioni di rubarmi il mio Ludo, stavolta invece… si stava comportando in modo subdolo, dall’altra stanza sentivo le loro risatine, intuivo gli argomenti con doppi sensi, più volte al tintinnare di bicchieri immaginavo i fiumi di prosecco, alla fine avevo deciso di chiudere gli occhi, astraendomi per non angosciarmi, ed ero praticamente riuscita a far finta che lei fosse già andata via; oppure mi ero solo addormentata.
Però che spudorati, io mi ero ritirata per farli sentire liberi di decidere e loro mi ignoravano, come se non abitassi già più in quell’appartamento. Parlavano stretto e sempre più a bassa voce.
Sentii solo la porta chiudersi ad un certo punto della serata e poi silenzio. Pensai che fossero usciti ed ero già pronta a disperarmi per essere stata lasciata sola, ma… ci fu un suono familiare: una catenella che scorrendo lungo un gancio mi fece capire che lui era ancora lì. Lo vidi comparire nello specchio della porta. Dal mio angolo di visuale lo vedevo in tutta la sua bellezza mentre, con la cintura fra le mani, mi chiedeva
– Allora? Ti ho fatto aspettare troppo, forse? Puoi perdonarmi? E insomma, facciamo una passeggiatina?
Non riuscivo a fermarmi, tentai di abbracciarlo, il mio entusiasmo lo travolse mentre gli saltavo addosso, la mia ingombrante coda stava sventolando in aria e la mia felicità era semplicemente incontenibile. Ero di nuovo “La sua Naorah!”.
[Bri]
Dicembre 2025 ---------------------
La stanza era stata rassettata da poco, sul pavimento lucido, proprio vicino alla poltroncina, giaceva il piccolo clown che la bambina di tre anni e mezzo trascinava per un braccio durante tutto il giorno, ovunque andasse. Di fronte c’era il televisore, e infine, sprofondata nella poltroncina, c’era la bimba, con una gamba penzolante dal bracciolo, che guardava il suo cartone preferito.
La mamma aveva già preparato quello che Liza amava di più in assoluto. Il profumo che veniva dal forno della cucina le faceva sentire che era vicina l’ora in cui la lasagna sarebbe stata divisa nei piatti.
La sua attenzione però era tutta rivolta allo schermo della Tv quando la luce colorata sparì, interrompendo una scena in cui il protagonista stava finendo una frase.
La piccola rimase piuttosto male, ma aspettò qualche attimo prima di prendere provvedimenti. Girò la testa verso la porta e quando tornò sulla Tv il programma era cambiato, ora c’era un uomo in grigio che spiegava le notizie della giornata. Solo qualche istante e si girò di nuovo ed il suo sguardo colpì di lato il compagno della madre con un telecomando in mano mentre, sorridendo, la stava boicottando. Qualche secondo ed ecco riapparire il programma di cartoni. Liza decise di non protestare, aspettò solo che il brutto scherzo finisse una buona volta.
Passarono altri lunghi minuti, in cui la bimba era immersa nella visione e quando la mamma cominciò a chiamare la famiglia a tavola, mentre la teglia bollente aspettava sulla cucina, la Tv si spense ancora, stavolta definitivamente.
Liza si alzò dalla sua poltroncina, si diresse in camera sua, proprio nell’angolo della cesta dei giocattoli preferiti. Sporgendosi all’interno si dette alla ricerca spasmodica. Ogni tanto si fermava ad analizzare quello che le passava fra le mani, ma poi lo lasciava cadere nella cesta. Finalmente trovò l’oggetto che le serviva: un telecomando rosa coi bottoni grandi e colorati. Si avvicinò alla cucina, lo indirizzò verso la sedia dove il patrigno aveva già preso posto. Spingendo uno dei tasti ne fece uscire una scampanellata ed un suono elettronico “sdeeing – biribidibì” ed in un lampo l’uomo sparì.
Al suo posto rimase un micetto rosso disorientato e affamato.
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